E tu cosa sai fare?

12:37 Giorgio Furlani 0 Comments

Ci sono cose che non so fare.
E fin qua nulla di strano se non fosse che ciò comprende operazioni che ognuno di noi svolge quotidianamente .
Fin da quando ero bambino ho avuto problemi nell'allacciarmi le scarpe, perché chi mi aveva insegnato a fare il nodo aveva oscurato involontariamente, con il dorso della mano, il laccio della scarpa mentre mi mostrava il passaggio del fiocco dentro l'anello che si forma attorno all'indice.
Cosicché negli anni ho sviluppato una mia tecnica personale non così distante da quella originale, ma sostanzialmente diversa.
Ricordo il giorno in cui in palestra, mentre mi allacciavo le scarpe, fui interrotto dallo sguardo sbalordito di un signore paonazzo vestito di solo asciugamano e appena uscito dalla sauna.
- Perché ti allacci le scarpe in quel modo? Disse.
- È l'unico che conosco.
- Ma non è assolutamente così che si allacciano, ragazzi venite a vedere!
In pochi secondi l'intero spogliatoio si era radunato attorno a me per fissare i miei piedi.
Ammetto che in quell'occasione lo scudo della mia indifferenza fu penetrato lasciando lacero l'orgoglio, per cui all'età di quasi trent'anni dovetti chiedere a mia madre di mostrarmi come ci si allacciano le scarpe.
Del resto pensai che il nodo dovesse tenere la scarpa attaccate al piede, che differenza faceva il nodo?
Un altro problema era rifare il letto. Da quando sono entrato nell'età adulta ho utilizzato letti Ikea, e ogni volta che si deve cambiare il copri piumone è una tragedia. Dopo le prime prove ho capito che farlo in due sarebbe stato molto più semplice ma, essendo da solo, dovevo trovare un modo che mi permettesse di riuscire nell'impresa e di non morire congelato in inverno.
I primi tentativi mi vedevano infilato dentro la federa fino alle caviglie, con gli angoli del piumone nelle due mani, strisciando come un marines. Uscivo dalla sauna che si creava sudato per il calore e per lo sforzo.
La geniale idea fu poi quella di prendere un letto soppalcato, che oltre alla fatica di dover cambiare le federe ad una certa altezza, ero sicuro comportasse minore apporto d'ossigeno .
Un mio amico che vive in Norvegia, durante una vacanza in Danimarca, mi mostrò con un piumino a piazza singola che era davvero semplice farlo entrare dentro la federa. Bastava rovesciarla, prenderne gli angoli dall'interno con le mani e farli aderire a quelli del piumone, poi con un colpo secco ribaltare il tutto e così si poteva avere un letto perfetto in meno di due minuti.
Galvanizzato dalla scoperta, appena tornai in Italia decisi di rifare il letto, ma con grande rammarico capii che non era la mia tecnica precedente ad essere sbagliata ma ero io a non riuscire a gestire un letto Ikea.
Molto diplomaticamente mia madre commentò dicendo che forse non è stata una buona idea comprare un letto soppalcato.
In fondo non mi sono mai lasciato turbare troppo da queste mancanze, anche perché sono convinto di colmare queste lacune con cose molto più interessanti, ad esempio, suonando la chitarra. Se alle persone crea disturbo un nodo sbagliato, a me crea disturbo che una persona non sappia come fare un MI minore. In realtà non è vero, però mi piacerebbe trovarmi nella condizione in cui, dentro allo spogliatoio di una palestra, raduno tutte le persone davanti ad un signore sudato,rosso e con la pancia dicendo ad alta voce che non sa fare un MI minore, e dunque tutti a riunirsi attorno all'alieno.
Piegare i vestiti è un'altra cosa che mi riesce a stento. Finché si tratta di t-shirt riesco anche a cavarmela, ma già con una manica lunga vado in crisi. E pensare che nel culmine della mia indipendenza ho imparato a stirare, ma la piegatura è sempre rimasta una mia difficoltà.
Quando stendo le lavatrici provo a farlo nel miglior modo possibile, in modo da poter poi riporre gli abiti nell'armadio senza sgualcirli troppo, ma da quando convivo la realtà mi è stata sbattuta in faccia. Camicette di materiali sconosciuti, pantaloni con pieghe assurde, vestitini estivi, gonne.
Inizialmente mi sono rimboccato le maniche e ho provato a ritirare la roba stesa e riporla, ma, per quanto ci provassi i risultati erano penosi.
Dopo tanto tempo speso inutilmente sono arrivato ad un accordo con Lisa, la mia fidanzata: potevo ritirare la sua roba dallo stenditoio, ma sarebbe stata lei a ripiegarla e riporla nell'armadio.
E quindi arriviamo al nocciolo della faccenda. Non so se è una roba di karma, ma il mio nuovo lavoro di quell'autunno Londinese consisteva nel piegare vestiti e imbustarli in sacchi trasparenti. Per dieci ore al giorno.
Tutto questo in compagnia di due signorine, che mi limiterò a chiamare MissV e MissZ.
A prima vista mi sembrano brave ragazze . La prima, che è anche il mio capo, è una ragazza della Lituania, paese che ho cercato su Google maps alla prima scappata in bagno , mentre l'altra è della Bulgaria credo.
MissV è affabile, slanciata, con un sorriso enorme e gli occhi blu. Si muove con l'eleganza dell'erba al vento e ha un tono di voce sempre pacato.
MissZ invece è piuttosto irrequieta, con gli occhi stanchi che le si fanno sempre più piccoli man mano che la settimana passa, ha le guance butterate da un acne tardiva. Con me ostentò subito una certa difficoltà a parlare, causata dal lavorare ininterrottamente per tre settimane di filato, senza nemmeno un giorno di pausa. Scoprii in futuro che nella sua busta paga settimanale erano segnate circa settanta ore di lavoro, sabato e domenica inclusi.
Per dovere di cronaca c'era anche una terza signora che lavorava nel reparto e che conobbi in un secondo momento, quando rientrò dalle ferie che arbitrariamente aveva allungato di una settimana.
Nel mio primo giorno di lavoro sono stato affiancato al capo di Lisa (lavoravamo nella stessa ditta), anche lei una ragazza dell'est Europa che non sprecava sorrisi, dai tratti duri, temprata dal freddo e dai piatti a base di patate.
Il lavoro di per se consisteva nel piegare i vestiti, controllare che corrispondessero all'ordine per poi inserirli dentro delle buste trasparenti. Attaccare l'etichetta con la taglia e inserire il tutto, assieme alla fattura, in una busta più grande grigia, corredata di indirizzo e francobollo prepagato.
Data la meccanicità delle operazioni, la velocità giocava un ruolo fondamentale; le mie confezioni assomigliavano a dei palloni da rugby sgonfi, inoltre impiegavo una quantità di tempo spropositata per terminare un ordine. Visto che detesto essere ultimo, decisi di ottimizzare al massimo ogni movimento per ridurre perdite di tempo.
Avevo diviso le etichette con le taglie per frequenza di utilizzo, poi per dimensione. Le buste di plastica trasparente a sinistra in modo da rendere veloce l'inserimento del vestito, mentre le buste grandi grige sulla destra,con già attaccato l'indirizzo del mittente. Il rotolo dei francobolli prepagati di fronte a me, il cestino della spazzatura parallelo alla mia gamba sinistra, le scorte del materiale in quantità sotto il tavolo e il bicchiere dell'acqua vicino al piede destro.
Con qualche piccolo ritocco in una settimana avevo trovato l'assetto ideale che colmava la mia incapacità di piegare bene e velocemente.
Nei giorni con maggiori ordini veniva la capo settrice di Lisa a lavorare nel tavolo di fronte a me.
Grazie alla nuova disposizione adottata avevo una velocità praticamente identica alla sua, inoltre lei si fermava a chiacchierare con MissV e MissZ sistematicamente ogni due o tre ordini mentre io rimanevo a testa china sui vestiti.
Finalmente non ero più quello lento.
Dopo qualche giorno dal mio arrivo, più per cortesia che altro, le due ragazze iniziarono a farmi domande su dove fossi vissuto prima di approdare in Inghilterra, quali posti avessi visitato e come occupavo il mio tempo libero.
Parlai loro della mia città, del tempo passato a suonare con la band e di quello speso nei locali della notte bolognese, e il tempo passato a progettare viaggi e ad ascoltare musica. Parlai di Parigi e della Francia, dei Mojito sulla rambla, della musica elettronica di Berlino. Della pizza di LA e dei vulcani delle Hawaii.
Quando fu il turno di MissZ, lei mi parlò delle sue settanta ore a settimana passate a lavorare, della sua camera tre metri per due, del cibo precotto e di quello surgelato, e di quanto Londra fosse costosa.
MissV si limitò a dire che aveva visto solo la Lituania e Londra.
Come dicevo l'arrivo della terza ragazza tardò di circa una settimana per ragioni non chiare.
Quella mattina arrivai presto a lavoro, MissV aveva chiesto di anticipare l'entrata di un'ora ma non ne capii bene il motivo: in quei giorni il lavoro era decisamente diminuito e la sera terminavamo sempre tutti gli ordini.
Di solito quando facevo le levatacce ero il secondo a presentarmi in magazzino.
La prima era sempre MissV che timbrava regolarmente alle 7.55 e poi si chiudeva la porta di ingresso alle spalle per evitare visite sgradite.
Quando arrivavo all'entrata le facevo uno squillo con il cellulare e lei veniva ad aprirmi.
Beh, quella mattina , venne ad aprirmi con indosso una camicetta blu di chiffon, con le maniche traforate da motivi floreali, stivali con tacco alto, calze nere e dei pantaloncini di jeans cortissimi.
Passeggiando per le strade di Londra ho scoperto che diverse ragazze utilizzano quel modello di “shorts”.
La differenza di questo modello è nel taglio della parte posteriore, che comunemente accompagna la linea della natica con due mezze lune.
In questa versione il taglio è completamente orizzontale, e lascia in vista una percentuale non alta ma considerevole di sedere.
Il tocco finale di MissV erano i capelli, che per la prima volta, da quando lavoravamo assieme, vidi sciolti. Erano lunghi, di un naturale biondo cenere, e le accarezzavano il viso toccando le gote per poi posarsi sulle spalle.
Un pensiero orrendo mi attraversò la testa: io e la predatrice dell'ex unione soli in un magazzino gigantesco, di primo mattino, lei dieci centimetri più alta di me. Con un movimento liquido d'anca scivolai verso gli spogliatoi, i sudori freddi sulla colonna vertebrale. Misi la testa fuori dalla stanza controllando prima a destra e poi a sinistra che non mi avesse seguito. Nel corridoio c'era un silenzio metallico, sgattaiolai verso la macchina del caffè, o meglio, verso l'acqua calda e il caffè in polvere.
L'effetto della caffeina non tardò a farsi sentire, provocando gorgoglii gutturali e un ulteriore sudorazione. Salii le scale con le gambe svuotate , non capendo i passaggi che separavano la dolce e timida ragazza delle nevi con i suoi maglioni oversize, da quella rapace predatrice mattutina. A causa del caffè la prima cosa che feci giunto sul posto di lavoro fu correre in bagno. Quando uscii vidi MissV che intratteneva conversazione con quella che doveva essere la reduce dalle ferie. Anch'essa dell'ex unione.
La matrona russa si presentò vestita in maniera quanto meno imbarazzante, con mocassini color terra secca, felpa sbottonata di due taglie più grande, maglietta con lustrini e calzini bianchi con una scritta rossa e nera che finiva sul collo del piede.
Entrò nel mio campo visivo con la grazia di un pugile, altezza non generosa, polsi grossi il doppio dei miei. Capelli biondi e stopposi, occhi blu e spalle da divinità Maya.
Mi aspettavo una stretta di mano stritolante ma rimasi deluso. Capii presto perché la sua tecnica di impacchettamento era più rapida di quella di chiunque altro lavorasse accanto a lei. Iniziò a spargere i fogli delle etichette adesive a ventaglio, senza la minima logica, prese accanto a se il rotolo dei francobolli, in modo che io dovessi sdraiarmi sul tavolo verticalmente per poterlo raggiungere.
Fece tante piccole pile di sacchetti trasparenti e di sacchetti grigi mescolandoli tutti assieme, e più li utilizzava più si mescolavano.
Vidi il mio piano di lavoro invaso in meno di cinque minuti da quel piccolo tornado dell'est. Piegare i capi d'abbigliamento divenne ancora più stremante .
Alla fine risi, quando mi accorsi che un foglio di etichette si era incollato sotto una scarpa.
Chinandomi a prenderlo decisi che leggere la scritta sui calzini di Ivan Drago fosse la priorità di quella giornata.
Calzini così orribili dovevano avere una scritta altrettanto orribile.
Ogni tentativo fu fallimentare e a fine giornata riuscii solo a leggere qualcosa che interpretai come "city".
Indispettito decisi di premere l'acceleratore con MissZ. Con voce suadente le chiesi cosa avesse fatto durante il weekend.
Sapevo che ormai era quasi un mese che lavorava ininterrottamente, e quello appena passato era il primo weekend libero dopo tanto.
Lei mi guardò con occhi rossi, dicendo che quel sabato si era svegliata alle sette per friggere del pesce al fratello appena arrivato dalla Bulgaria, e che aveva passato tutta la domenica a cercare una stanza per lui.
Per ostentata cortesia mi chiese che cosa avessi fatto io. Con occhi da pazzo e frenesia quasi isterica le dissi del concerto del giovedì, della cena al ristorante e del pranzo sul terrazzo, della notte passata a bere con amici e poi a ballare fino alle quattro di notte quando io e Lisa tornammo a casa un pò con l'autobus e un pò a piedi, parlando incessantemente del futuro, di amore e nuove avventure.
Parlai di un altro concerto ancora, quello della sera prima.
Nei giorni precedenti a esso non avevo avuto la forza di trascinare nemmeno un osso al supermercato, per cui le provviste di cibo scarseggiavano. Inoltre a quel concerto mi ero cibato solo di birra e di una pizza minuscola divisa a metà, e non avevo nulla per la pausa pranzo dell'indomani. Lisa mi disse che un collega solitamente andava a comprare dei panini il venerdì, anche per gli altri colleghi, e vista l'ora, vista la birra e la stanchezza decidemmo di affidarci a lui per il giorno dopo.
Quando MissZ scoprì che avevo chiesto il favore di farmi recapitare il pranzo, si girò di scatto e iniziò a parlare con MissV dell'indecenza della gente che approfittava del povero collega, sfruttandolo solo perché era una persona troppo generosa e, sottinteso, poco furba.
MissV, che si limitava a sentire quel che le veniva riferito, portò un dito alle labbra e le stirò gonfiando le guance a lato. Il suo sguardo era serio ma non severo, trasmetteva come sempre armonia ed eleganza. Alla fine del discorso appoggiò una mano sul tavolo e con l'altra iniziò a tamburellare sulle labbra,inclinando diagonalmente il viso e fissando il pavimento assorta.
Durante la pausa pranzo scoprii che anche la capo reparto di Lisa si era lamentata dell'accaduto; la guardai dal basso verso l'alto mentre beveva il suo Mcflurry appena spillato.
Appena salite le scale del magazzino vidi MissV venirmi incontro con dei fogli in mano, i capelli nuovamente raccolti. Immaginai fosse li per assegnarmi i compiti del pomeriggio. Sorrise, ma sembrava più storcere la bocca. Mi guardò coi suoi occhi ariani, sempre belli e profondi.
- Era buono il pranzo? Chiese.
Tirai fuori il mio miglior sorriso per le grandi occasioni


- Delizioso, grazie.


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