Orecchie

10:40 Giorgio Furlani 0 Comments

L'approdo Londinese è avvenuto ormai da circa due mesi, per l'esattezza due mesi una settimana e quattro giorni e sono già al mio primo cambio di lavoro. 
La decisione è sopravvenuta quando nel magazzino di Lisa si sono liberate di colpo quattro posizioni, grazie all'abbandono più o meno repentino di altrettanti lavoratori rimpatriati un po qua e un po la per Europa. 
Avevo deciso inizialmente di tenermi il mio lavoro da assistente parrucchiere fino a dopo natale, in modo da poter sfruttare una settimana di novembre per poter tornare in Italia e far incetta di libri, medicine contro il cibo grasso e vestiti. 
Inoltre la presenza sul posto di lavoro di tre inglesi, due australiane e una neozelandese rappresentava una scuola di inglese gratuita non indifferente, anche se mi trovavo a chieder loro di ripetere le frasi spesso. 
Passare da un accento all'altro può essere davvero frustrante, perchè quando credi di aver imparato come si pronuncia una parola, c'è subito qualcuno pronto a smentirti. 
Non sono al corrente di studi sui decibel di un saloon di parrucchieri ma credo potrebbero portare a risultati sorprendenti: quattro phon accesi contemporaneamente sono capaci di togliermi almeno il cinquanta per cento della mia facoltà auditiva rendendomi ancora più complicato capire cosa dicano i clienti. 
Ora provo una sorta di empatia per le persone immigrate in Italia che non parlano bene la lingua, che suppongo si siano sentite, almeno una volta, come mi sto sentendo io ora. Deficiente.
Mi fa infuriare il fatto che in italiano potrei mangiare in testa alla maggior parte di loro, snocciolando aneddoti, parlando a pari livello di arte, cinema e letteratura. Devo dire che il livello di cultura media degli inglesi è estremamente più alto rispetto a quello di noi italiani.Chissà perchè non sono stupito. 
In Italia mi sono sempre sentito al di sopra delle masse, ho sempre ritenuto la mia capacità di esprimermi adeguatamente, la mia cortesia, i miei interessi, la passione per la musica e quel che ne cosegue come una sorta di biglietto vip. 
Qui in Inghilterra mi trovo a gesire un inglese sbilenco che mi tradisce se non colgo immediatamente l'argomento; In italiano oltre a riassumere perfettamente un concetto posso dare una nota sarcastica o realmente sentita, o sembrare realmente colpito da un argomento inserendo sottili commenti che possano far capire a pochi che l'argomento non mi interessa minimamente.Inoltre quando provo a tradurre una frase nella mia testa il risultato è immancabilmente differente e non colpisce mai dove miro. Se provassi a tradurre le  descrizioni che faccio sugli aromi dei profumi indossati dalle signore che capitano sotto le mie mani credo passerei per analfabeta, o quantomento per patetico.
Visto che dopo mezza parola di solito capiscono che non sono autoctono, a questo punto provoco una scissione tra chi se ne sbatte e chi ha voglia di intavolare una discussione. Una volta dichiarata la mia nazionalità provoco un ulteriore spaccatura tra chi ha interesse e magari ha visitato l'Italia e tra chi chiude le danze con un sincero "oh".
In rarissime occasioni ho trovato persone che oltre ad aver visitato l'Italia per le spiagge e la cucina, si sono soffermate sull'arte, visitando Firenze, Roma e Venezia. La mia cara Bologna ho scoperto, purtroppo, non essere meta molto ambita ma alquanto conosciuta per i famosi "spaghetti" alla bolognese.
Sostanzialmente il mio lavoro poteva essere riassunto in due compiti principali , se si esclude preparare il caffè o il thè. 
Il primo di questi, che ritengo tutt'ora assurdo , consisteva nel passare la stagnola all'hairstylist. Dovevo poi posizionarla al di sotto di una ciocca di capelli, in modo che la tinta fosse applicata velocemente e con l'impiego di una sola mano, mentre io mi prodigavo a tener salda la sottile lamina metallica allo scalpo.
Per il resto del tempo facevo shampoo. Non mi ero mai soffermato a riflettere sui problemi degli shampisti. 
La maggior parte  delle persone detesta l'acqua nelle orecchie, detesta che si inumidisca il colletto della camicia, detesta che la gonna si schizzi. A questo punto una riflessione: se sai che devi farti lavare i capelli chi ti costringe a mettere una camicia con un colletto altissimo? 
Esistono innumerevoli tipi di shampoo. Inizialmente pensavo che fossero tutti uguali, solo confezionati in tubi di colore diverso; col tempo ho imparato ad apprezzare le meraviglie del trattamento colore, dell'elisir di lunga vita e del balsamo volumizzante.
Più passavo tempo al lavello e più mi accorgevo di aver ignorato per troppo tempo l'esistenza di tanti tipi di orecchie così differenti tra loro. 
Oltre alle dimensioni, la cosa impressionante era quante forme contavo. Sono arrivato a concretizzare che le orecchie siano come le impronte digitali o i fiocchi di neve. Variano anche per attaccatura al cranio e per peluria, alcuni uomini sono proprio disgustosi con queste antenne che escono dal padiglione auricolare. 
L'operazione di shampatura era divisa in fasi, o meglio, ero io a suddividerla nel disperato tentativo di rientrare nei tempi imposti: tre minuti dal momento in cui il cliente si sedeva al lavello al momento in cui si spostava sulla sedia dello stylist.
Per prima cosa c'era l'operazione di lavaggio con docciatore, durata trenta secondi circa per poi passare al primo shampoo della durata di quarantacinque secondi, molto intensi, risciaquo e secondo shampoo. Applicazione del balsamo e massaggio di trenta secondi per farlo penetrare a fondo nelle radici. 
Stare dentro i tre minuti per me è sempre stato impossibile. A fine di ogni giornata un nuovo muscolo mi veniva a far visita con qualche dolore, a volte sordo, a volte acuto, a volte semplicemente dispettoso. Credo fosse la tensione di sbagliare più che il materasso a procurarmi un costante mal di schiena, teoria supportata dal fatto che appena ho iniziato a prendere confidenza col mestiere le mie anomalie  sono passate. Giuro non ho cambiato materasso nel mentre.
Ho abbandonato il salone dopo aver imparato a fare tinte. Ho capito che  non potevo andare oltre, e come spesso mi capita nella vita, quando arrivo al capolinea di un treno lo cambio. 
Posso farlo con poche o tante valigie, in questo caso credo di essermi portato dietro almeno un paio di trolley standard. Non che la tinta fosse catarsi di qualcosa, semplicemente dopo essermi reso conto di potercela fare, ho pensato di essere a posto così. Se si è sicuri di vincere una gara è davvero necessario parteciparvi? 



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