@The Gym

11:49 Giorgio Furlani 0 Comments

Effettivamente da quando è accaduto questo episodio è passato parecchio.
L'innaturale scorrere del tempo qui è qualcosa con cui sto ancora imparando a fare i conti, come in qualche bizzarra teoria fisica, l'orologio a tratti rallenta e a tratti accelera.
Più spesso accelera, e le settimane scorrono come pellicole di film.
La parte più difficoltosa di tutta questa impresa era riuscire a ricreare per me e Lisa una routine nella quale potessimo di nuovo identificarci.
Le notizie dall'Italia erano incoraggianti come il cibo cinese del giorno prima, e questo mi spingeva a piene forze a cercare un nuovo equilibrio.
La stagione stava iniziando ad impedirmi di andare a correre regolarmente, anche se vedevo schiere di inglesi in calzoncini e gambe violacee che, senza timore, percorrevano chilometri a grande velocità fin dalle prime ore del mattino.
Io sono nato sotto una palma da cocco, ho dei limiti.
La situazione lavorativa era decisamente volta al peggio, dopo aver lasciato l'ultimo lavoro nel magazzino di vestiti, mi ero prefisso di trovare qualcosa per cui valesse veramente la pena essere qui, ma oramai era passato oltre un mese, e nonostante avessi mandato decine di curriculum, nessuno si faceva sentire.
Iniziavo a dubitare dei miei criteri di ricerca: i soldi mi interessavano relativamente, quello che cercavo era un ambiente di lavoro a maggioranza inglese, dove finalmente potessi imparare qualcosa che non si trova su dei libri, un ambiente rilassato dove farsi un tè non fosse considerato reato e, magari, con qualche potenziale sviluppo futuro per la mia carriera.
In quel periodo le giornate passavano con una sorta di lentezza dolorosa.
Trascorrevo almeno cinque ore al giorno davanti al computer, premendo il tasto per ricaricare pagina ogni due minuti.
Cercavo di uscire almeno un ora tutti i giorni, per evitare di cadere in depressione casalinga, e quando arrivava sera, sfogavo la mia creatività culinaria per lenire la stanchezza di Lisa dopo dodici ore fuori casa.
Mi ero ripromesso di non finire mai a fare il cameriere o il lavapiatti ma credetemi, dopo due affitti pagati senza uno stipendio, i miei principi stavano per cedere.
Essere testardo, orgoglioso e terribilmente cocciuto si rivelarono qualità decisive per i quindici giorni a seguito di quel periodo.
Mi sono ritrovato a parlare di questo poco tempo dopo, in una palestra vicino alla overgroud di Hoxton, con un ragazzo di Roma che casualmente si trovava seduto di fronte a me nello spogliatoio.
Mentre mi cambiavo le scarpe alzai gli occhi e guardandolo in volto gli chiesi se fosse italiano. Lui con stupore ricambiò lo sguardo e disse di si.
Ci trovammo a far chiacchiere da paesani nella nostra lingua natia, mentre gente gironzolava attorno a noi, lanciando sguardi pigri e disinteressati.
A causa di un altro spasmo temporale ci trovammo praticamente soli a parlare in quel piccolo spogliatoio, mentre il rumore dell'acqua che scorreva dalle docce suggeriva la presenza di qualcun altro.
Nel mezzo della conversazione intravidi con la coda dell'occhio un volto tondo e nero, con occhi perfettamente sferici e assolutamente inespressivi, che si sporgeva dall'angolo del muro delle docce.
Costui rimase per un pezzo a fissarci, e noi potevamo solamente vedere il suo volto rotondo perché il resto del corpo era coperto dal muro che separava docce da spogliatoi.
Provando a far finta di niente continuai a parlare ma dopo poco quel viso rotondo decise di mostrare il resto del corpo, insaponato e pieno di bolle.
Non capivamo davvero perché quel gigante a tre gambe fosse così interessato ai nostri discorsi, ma continuava insistentemente a guardarci con quello sguardo vuoto e tuttavia simpatico.
Salutai il ragazzo di Roma dopo poco, e da allora non lo incontrai più.
Nella settimana precedente a questo episodio avevo fatto tre colloqui, uno alla Fortnum&Mason, uno in una ditta di frigoriferi, ed il terzo in uno scalcagnato magazzino seminterrato, nel cuore di Hoxton.
In due posti su tre mi avevano accettato, e ho dovuto scegliere.
Lavori tutto sommato simili, colleghi inglesi, stipendi però diversi.
Decisamente più alto alla ditta dei tè, ma quel che mi attirò del piccolo e traballante magazzino di Hoxton fu Dave, che stava praticamente facendo un djset durante orario di lavoro, passando in rassegna i migliori pezzi new wave degli anni 80.
Misi di nuovo sulla bilancia i soldi da una parte, e la felicità dall'altra.
Due giorni dopo il colloquio mi presentavo alle otto di mattina in quel polveroso seminterrato pieno di vestiti e personaggi bizzarri, seriamente intenzionato a fermarmi li il più a lungo possibile.



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