ACCADDE DOMANI

08:00 Giorgio Furlani 2 Comments

In cosa consiste esattamente la libertà?
È più facile immaginare la libertà per quello che non è.
Quando ci si sente intrappolati in una sensazione, quando si è rinchiusi, quando si hanno ansie, paure che ci bloccano ed impediscono di essere quello che realmente siamo.
Ecco, queste cose non sono libertà.
Il dover combattere tutti i giorni contro qualcosa, preoccuparsi per i soldi, per la carriera, inseguire chimere, dover sottostare a schemi dettati da altri, dai genitori, dalla scuola, dalla società.
Trecentosessantaquattro giorni fa era sabato. Almeno credo, non sono molto bravo con i numeri.
Ad ogni modo, circa un anno fa era sabato.
Ricordo che durante il giorno c’era il sole, ed era abbastanza caldo. Nel cielo qualche nuvola bianca, vento come sempre a Brighton.
La giornata era abbastanza lenta, sveglia prima di mezzogiorno ad ogni modo, probabilmente un’abbondante colazione, sinceramente non ricordo.
Purtroppo per una ragione o per l’altra mi stavo perdendo tanti eventi in città, pensare che l’avevo scelta proprio per aver sempre qualche distrazione sotto mano.
Nei periodi che seguono le mie separazioni, generalmente ho una fase di apatia in cui passo davvero troppo tempo a fissare il soffitto e troppo poco tempo fuori dalle quattro mura di casa.
Fortunatamente quel periodo stava finendo, anche se quel sabato mi ricordava certe domeniche di un qualsiasi tardo novembre.
Già da tempo mi ero accorto che l’anestesia di certi giorni passati fermo a letto se ne stava andando, e soprattutto stava succedendo quello che spaventosamente non era ancora accaduto: sentire, sentire di nuovo tutto, sentire le cose con forza quasi violenta, com’era accaduto in passato e come mi aspettavo sarebbe successo di nuovo.
Ma quella reazione ha tardato così tanto ad arrivare. Forse quell’anestetico, forse tutti quegli anni, forse un compromesso di troppo assieme a quell’autoconvinzione che le cose andassero bene così, perché forse il mondo girava davvero come mi avevano sempre detto.
Diverse cose stavano accadendo giù in città: il Great Escape, il Brighton Festival ed il Fringe e praticamente me li stavo perdendo tutti, perché non sapevo bene con chi andare, perché non ero stato capace di trovare persone con cui condividere tutte quelle emozioni che si stavano risvegliando e scalpitavano nervose ed arrabbiate per essere state zittite per così tanto tempo.
Ammetto di essermi sentito veramente solo.
Ed è stato in quel momento che mi hai scritto un SMS. Come se ci fossero ancora i vecchi cellulari di una volta, che non sai se la persona ha letto il messaggio oppure no, quei messaggi in cui non puoi inserire faccine gialle ma solo parentesi e trattini.
Mi sono serviti solo pochi secondi per leggerlo, e sentire quasi il tono della tua voce.
La prima sensazione fu di allegria e leggerezza, la stessa che si prova nel ricordare il profumo della primavera dopo un inverno rigido.
Solitamente sono molto veloce a rispondere a qualsiasi messaggio, certe persone direbbero che sono ossessionato e forse non hanno tutti i torti.
Ho aspettato più del solito quella volta, forse per dilatare quell’istante di sublime felicità e di paura il più a lungo possibile.
E poi il terrore di non saper gestire le situazioni, di uscire dalla mia zona sicura, da quei momenti in cui avevo finalmente trovato nuovamente conforto a gioia.
Capita di rado, ma capita, che in qualche modo si percepisca che qualcosa è in procinto di cambiare per sempre, ed ogni mossa, ogni pensiero saranno determinanti nel cambiamento.
Un infinita pioggia di variabili che devono creare l’armonia o il completo caos.
Ricordi quando siamo saliti sopra la fermata dell’autobus? Ed io volevo fare foto a quell’incredibile spettacolo di luci ma avevo dimenticato la memory card. E tu che mi davi del novellino ed avevi così ragione!
E la storia dei soldati richiamati dall’India per combattere una guerra non loro, le lettere alle mogli ed alle fidanzate e quella birra che avevi comprato solo per me, perché sono io la donnicciola che beve birra da poco, e che quella sera mi hai promesso che mi avresti insegnato a bere come un vero uomo.
Proiettarono la marcia di mille persone, che attraversavano campi di fiori di loto e che non sarebbero mai tornate alle loro case, ed ogni singola immagine era di una malinconia perfetta.
Iniziavo a sentire un peso enorme sul petto, le guance arrossate anche se non si vedevano per il buio e per il colore della mia pelle e gli occhi che si caricavano sempre di più.
Ero completamente sopraffatto da quello spettacolo tanto da dimenticarmi di chi avevo accanto, ma poi all’improvviso mi girai e servì meno di niente per capire che i tuoi occhi stavano vedendo le stesse cose che vedevo io.
Mille miglia oltre fino al punto in cui le parole “bellezza”, “gioia” “felicità”, “tristezza”, “malinconia”, “amore” perdono completamente di ogni senso e confine.
Assieme, per la prima volta, soli in mezzo ad un fiume di persone, mi sono sentito inerme, privo di ogni barriera, completamente nudo a quegli occhi che mi avevano raggiunto in un battito di ciglia in una terra che fino a quel momento era stata solamente mia.
E dopo quel che è successo diventa più nebuloso e veloce, tra risate e cadute, tra una canzone degli Smiths ed una dei Joy Division e quando meno ce l’aspettavamo i gabbiani volavano bassi sul porto.
Alla fine c’era un silenzio pieno di tutto quello che sarebbe accaduto molto tempo dopo.
Seduti a guardare il mare ed il cielo schiarire così presto.
In quell’SMS mi avevi chiesto di andare a vedere lo spettacolo di luci al Pavillion, e che potevamo trovarci prima per quattro chiacchiere.
E ricordo ancora la mia risposta.

“Vengo solo se porti tu da bere”.




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